Biblioteca Apostolica Vaticana

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Inaugurazione della Scuola di Biblioteconomia 2011/2012
Saluto del Direttore

1. Introduzione
Questo anno della Scuola di Biblioteconomia inizia finalmente in un contesto "tranquillo": anche lo scorso anno, quando erano ormai conclusi i tre anni dedicati ai lavori di ristrutturazione, eravamo tuttavia immersi nella fatica della ripresa, dell'apertura, degli annunci. Proprio in quei mesi, precisamente in novembre, abbiamo anche celebrato un Convegno per ridomandarci quale sia l'identità e la missione della Biblioteca Apostolica Vaticana: un Convegno a più voci, di personale interno e di studiosi esterni, i cui atti sono già in corso di stampa. Il Vice Direttore della Scuola, Antonio Manfredi, nel suo intervento al Convegno tratteggiò la storia della Scuola di Biblioteconomia, e sarà utile poter leggere lì il nostro passato con i suoi progetti e le sue prospettive, e la nostra realtà presente in continuo sviluppo verso il futuro: se ne potrà fare certamente tesoro.
Per parte mia vorrei riproporre il contributo che avevo là presentato, nel quale ripercorrevo gli interventi specifici dei pontefici degli ultimi decenni, con l'intento di rispondere secondo questa prospettiva alla domanda generale sull'identità e la missione della Biblioteca Vaticana. Riesponendo qui oggi quelle riflessioni, mentre iniziamo il nuovo anno della Scuola di Biblioteconomia della Biblioteca Apostolica Vaticana, vorrei sia favorire una migliore conoscenza dell'Istituzione alla quale vi siete rivolti per un vostro approfondimento negli studi biblioteconomici sia offrire alcune considerazioni di valore più generale, utili ad approfondire la missione e l'identità delle biblioteche in quanto tali.
Non ci meravigliamo, ovviamente, che i papi si occupino anche di biblioteche. Certo, essi lo fanno nello specifico per la loro biblioteca personale, ma, come è noto e come verrà evidentemente ripreso lungo il corso di Storia delle Biblioteche (di Antonio Manfredi), accanto alla sede di Pietro è sempre esistita una istituzione bibliotecaria a servizio diretto dei papi, ma anche degli studi e degli studiosi: biblioteche che hanno sempre avuto un'importanza culturale e, usando un'espressione attuale, anche una fisionomia biblioteconomica esemplare. Ritengo dunque interessante riflettere qui oggi su che cosa dica il magistero pontificio recente riguardo alla Vaticana e su che cosa, per esteso, emerga in riferimento alla "istituzione biblioteca".
Nell'intervento del novembre scorso ero partito da papa Pio XI, risalendo, attraverso Pio XII e Giovanni XXIII, a Paolo VI e a Giovanni Paolo II. Pio XI, fra l'altro, è un pontefice fondamentale per la storia della Biblioteca sia per i suoi cinque anni di prefettura – in realtà quattro, dal 1914 al 1918, perché il quinto lo trascorse in Polonia quale Visitatore apostolico – sia e ancor più per gli interventi diretti e determinanti a favore della Biblioteca lungo gli anni del suo pontificato, dal 1922 al 1939. Del resto egli è anche il fondatore della Scuola di Biblioteconomia e un suo bel ritratto recentemente restaurato è appeso in corridoio. L'abbiamo collocato lì appunto per ricordare il fondatore.
Tuttavia mi sono accorto che gli interventi di maggior contenuto sulla tematica che mi sono prefisso erano presenti nei discorsi e documenti degli ultimi due grandi papi del XX secolo: Paolo VI e Giovanni Paolo II. Vorrei quindi oggi soffermarmi esclusivamente sul loro pensiero, aggiungendo tuttavia gli interventi di papa Benedetto XVI, per il quale ora abbiamo, accanto al discorso del 25 giugno 2007 in occasione della sua visita alla Biblioteca all'inizio dei lavori, ancor più la lettera indirizzata al Cardinale Bibliotecario in occasione del convegno dello scorso novembre.

2. Paolo VI (1963-1978)
Per quanto riguarda Paolo VI i riferimenti sostanziali alla Biblioteca sono presenti nelle due visite principali da lui compiute: l'8 giugno 1964 all'inizio del suo pontificato e il 20 giugno 1975 in occasione delle celebrazioni per il V centenario della Biblioteca (come in quegli anni si riteneva, ponendone gli inizi al 1475). Oltre a questi due momenti vi furono altri cenni in interventi minori. Farò riferimento solo a due di essi: alle parole di augurio che il 24 marzo 1964 il Pontefice rivolse al cardinale bibliotecario Eugène Tisserant in un incontro per festeggiare i suoi ottant'anni, e al discorso con cui papa Montini il 28 giugno 1969 consegnò alla Biblioteca il papiro Bodmer VIII contenente le lettere di san Pietro.
Desidero iniziare con una citazione tratta dal discorso per il cardinale Tisserant, nel quale, riferendosi al festeggiato, Paolo VI tratteggia la figura dello studioso in ricerca, che fa opportunamente da sfondo a ogni considerazione sulla Biblioteca: «Noi sappiamo quali fatiche, quali rinunce, quale pazienza, quale rettitudine, quale disinteresse, quale amore al sapere esiga la dedizione totale e perseverante agli studi superiori, i quali, proprio perché tali sono, diventano lunghi, diventano aridi, diventano ingrati; e obbligati a scavare materiale per l'erudizione, fanno languire spesso la vivacità del pensiero e la libertà dell'espressione artistica, impongono alla mente la pazienza di accuratissime analisi e frenano nello spirito i voli delle alte sintesi della cultura finale. Noi perciò non possiamo non rendere omaggio ed esprimere riconoscenza a chi vi ha consacrato un grande talento, un'energia poderosa, una vita intera; e da un'abnegazione piena di amore alla verità e alla Chiesa ha cavato libri, opere, esempi degni dell'ammirazione e dell'emulazione degli studiosi».
Ma quando varca le soglie della Biblioteca Apostolica, lo studioso che cosa vi trova? Anzitutto i grandi beni dell'umanità. Per questo Paolo VI nella visita del 1964 esprime un «sentimento [...] di venerazione, di omaggio a quanto è raccolto e custodito nella Biblioteca, che non è un cimitero, perché tutto, in essa, parla, rivive, sembra palpitare nella rievocazione che lo studio fa di questa eredità immensa dell'espressione umana, della storia, della cultura, della vita passata, la quale ivi riprende il colloquio con quelli che ne sanno cogliere e comprendere le voci misteriose». Quei documenti infatti hanno vita in sé, ma anche "rivivono" grazie allo studio di quanti li accostano: è questo appunto il significato della ricerca, che costituisce il frutto fecondo della fatica descritta nel discorso al cardinale Tisserant.
Chi entra in Biblioteca, accanto ai "beni" ivi conservati, deve trovarvi uno spirito di accoglienza, di universalità, come si esprime il Pontefice nella visita del 1975: «La Biblioteca Vaticana rimane aperta agli studiosi d'ogni provenienza, superando gli stessi confini della professione cattolica ed ammettendo uomini di diverso orientamento religioso; ma soprattutto essa tende tanto a valorizzare il suo specifico e spesso unico, e inedito, patrimonio, quanto a mantenersi aggiornata nell'ormai sconfinata mole delle pubblicazioni e dei libri». Quindi un servizio che abbraccia tutto l'operato della Biblioteca e che il personale della Biblioteca desidera compiere alla perfezione: per questo il Papa, nella visita del 1964, dichiara di avvertire nei suoi ascoltatori un «sentimento di interesse, di premura, per rendere tutto perfetto, dare una forma moderna, restaurare, riparare, perché si è in un campo dove la perfezione, sotto ogni aspetto, per la custodia, la classifica, la divulgazione diviene la professione, l'impe¬gno, il dovere quotidiano».
Agli occhi di Paolo VI questo servizio si configura, nel seguito dello stesso discorso, in una specie di lavoro ascetico, quasi monastico: «Tale attività è molto stimata per le virtù ascetiche che essa impegna ed esige, perché non si può compiere una tale missione di studio specialmente al livello imposto dalla Biblioteca Vaticana e con una dedizione professionale assoluta, se non si è superata una quantità di ostacoli anche interiori, di desiderio e di aspirazioni a carriere che il mondo moderno fa balenare davanti agli occhi di chi lo contempla. Sua Santità vuol dire ai presenti che essi debbono considerarsi quasi dei monaci, consacrati cioè al pensiero scientifico, alla cultura e questo qualifica la loro vita dedicata a sì nobile missione». Sentiamo ancora, in queste frasi, un'eco delle parole espresse al cardinale Tisserant, ma vi è insieme anticipato un aspetto, il principale e il più profondo della riflessione di papa Montini, quello cioè che, riconoscendo e rispettando la validità in sé e l'autonomia della ricerca in quanto tale, scopre anche una sorta di carattere "sacro" nella ricerca stessa della verità. Il Papa descrive questa ricerca come connessione fra il compito della Chiesa e «gli studi d'ogni epifania di verità», come li chiama il giorno della consegna alla Biblioteca del codice Bodmer, sia che tale verità «sia nota per via di ragione, che per via di rivelazione»; e spinge oltre il percorso sino a percepire una presenza di Cristo stesso nei frammenti di verità che la ricerca e lo studio vanno raccogliendo nei documenti della storia.
Ecco come papa Montini descrive questi passaggi nel discorso del 1964, partendo dal primo grado, nel quale si sente riecheggiare, applicato alla Chiesa, esperta di umanità, la famosa sentenza di Terenzio: Homo sum: humani nihil a me alienum puto, o, detto in altro modo con espressione di impronta biblica, quella vocazione che la rende "cattolicamente" aperta all'umano, a tutto ciò che di bello, di buono, di nobile, di degno l'umanità ha prodotto nel corso dei secoli: «Alla domanda se questo [cioè «l'estensione della cultura»] è compito della Chiesa, non può esservi dubbio rispondere affermativamente; vi è lì una specie di ecumenismo della cultura, e la Chiesa ha aperto e spalancato le porte, ha messo a disposizione i libri e i microfilm, ha prodigato tutte le facilitazioni e agevolazioni per la diffusione della cultura, per la sua circolazione più esatta e più larga; tutto quello che è umano, che l'uomo divulga, stampa e diffonde, la Chiesa lo accoglie ed è una testimonianza di maternità grande, di universalità di anima; nulla le sembra estraneo, a nulla può essere indifferente, il suo occhio è aperto su ogni fenomeno umano, anche su quelli deteriori e catalogabili soltanto – come i veleni nelle farmacie – in reparti riservati. [...] La Chiesa desidera – e l'ha dimostrato con i fatti – che la verità sia conosciuta, che l'opera di Dio, l'interpretazione del pensiero divino, stampato nelle cose, negli avvenimenti, nelle anime, nelle intelligenze, sia posta in evidenza ed emerga dalle carte, dai documenti, dai codici: espressioni dell'arte e della cultura».
Ma c'è dell'altro, perché il desiderio della Chiesa si protende, dice il Papa, verso «un ultimo e spirituale scopo: che tutto divenga voce, inno: e salga – anche se, all'inizio, confusamente e inconsapevolmente – come lode di Dio, come riconoscimento del Verbo che fa piovere sulle cose umane la sua intelligenza e la sua conoscibilità. Si dà testimonianza a Cristo anche studiando così e anche tacendo e lavorando così». Risentiamo, in queste parole, le antiche riflessioni di Giustino Martire che, già nel II secolo, invitava a riconoscere i "semi" del Logos divino presenti nel logos-ragione mirabilmente sparso nell'antica cultura greca. E, traducendo in una terminologia a noi più vicina, possiamo affermare, che tutte le verità parziali, storiche e filologiche che siano, discendono e si ricollegano alla Verità somma, che è Dio; e quindi una missione culturale, come è quella della Biblioteca Apostolica Vaticana, riletta in questo contesto più ampio e allo stesso tempo senza nulla sovrapporre alla ricerca o in nulla manipolarla o asservirla, diventa anche in definitiva una missione religiosa, di ossequio alla Verità ultima, divina.
Se dovessimo cogliere un aspetto più strettamente biblioteconomico da questi discorsi e dalle impegnative enunciazioni che giungono al cuore del magistero di papa Montini, vediamo in essi l'attenzione del papa al grandissimo sviluppo degli studi filologici sull'antichità e sul medioevo che dall'inizio del Novecento stavano producendo notevoli frutti: è stata, quella, una stagione di alta filologia, che vedeva nelle biblioteche storiche lo strumento principale delle proprie ricerche. La Vaticana, con i suoi tesori e i suoi validissimi studiosi interni, fu uno dei centri principali di questi studi allora davvero sperimentali: il Papa ne era convinto sostenitore. E colse, valorizzò e sostenne questo decisivo, imprescindibile aspetto della Vaticana (e di tutte le biblioteche in fondo, specialmente quelle a carattere storico): un luogo di studi professionalmente validissimi e culturalmente decisivi in quel cammino di dialogo e di ricerca comune tra scienza e fede che papa Montini aveva tanto a cuore.

3. Giovanni Paolo II (1978-2005)
Il lungo pontificato di papa Giovanni Paolo II ha comportato numerose occasioni di contatto con la Biblioteca Apostolica Vaticana, soprattutto per inaugurare varie esposizioni organizzate da quest'ultima: ne ricordo una, organizzata già a pochi mesi dalla sua elezione, l'8 maggio 1979, intitolata Testimoni dello Spirito e concernente gli autografi offerti a Paolo VI per i suoi ottant'anni. Ma i due momenti principali di incontro furono la visita del 7 febbraio 1984, quando fu inaugurato il nuovo deposito dei manoscritti, e l'udienza in Sala Clementina al personale dell'Archivio e della Biblioteca il 15 gennaio 1999.
Il pensiero di papa Wojtyla emerge già con chiarezza nella visita del 1979, per l'inaugurazione della mostra con gli autografi offerti a Paolo VI. Egli, infatti, invita a transitare dal manoscritto all'uomo che lo verga e che vi "è presente": «Al di sopra di tutto, in questi fogli manoscritti, vergati ora con nervosa rapidità ora con pacata serenità, è presente l'uomo: l'uomo che, nel momento in cui traccia un segno, intende dialogare o con se stesso, per analizzarsi e conoscersi meglio; o con gli altri, per comunicare e manifestare ad essi le proprie concezioni, i propri sentimenti; o con Dio, per pregarlo con angoscia fremente o con dimessa umiltà. È presente, in questi manoscritti, l'uomo nella completa e complessa varietà della sua vita, delle sue aspirazioni alla verità, al bene, al bello, alla giustizia, all'amore». La riflessione del Pontefice va quindi oltre il compito specificamente bibliotecario, per ricordare – citando l'enciclica programmatica del suo pontificato (Redemptor hominis, 10) – che «a quest'uomo, anzi a questi uomini, le cui testimonianze vengono gelosamente conservate perché siano integralmente tramandate ai posteri, va il rispetto della Chiesa, la quale è consapevole che il suo compito fondamentale è di "dirigere lo sguardo dell'uomo, di indirizzare la coscienza e l'esperienza di tutta l'umanità verso il mistero di Cristo, di aiutare tutti gli uomini ad avere familiarità con la profondità della Redenzione che avviene in Cristo Gesù"».
Collocati in questo scenario, i beni dell'umanità conservati nella Biblioteca vengono intesi all'interno del compito ecclesiale più globale di evangelizzazione della cultura, come cultura "umana", anzi come cultura che trova in Cristo il fondamento più autentico dell'uomo. Il punto di partenza di questa riflessione si riallaccia idealmente alla riflessione di Paolo VI, che collegava tutte le verità parziali alla Verità somma, che è Dio; o, per altro verso, richiama quello spirito umanistico, che ha caratterizzato sin dagli inizi la Vaticana, per il quale punto di riferimento imprescindibile di ogni ricerca è l'uomo, la sua razionalità, la sua realtà spirituale, la sua dignità. Ecco perché, rimarca Giovanni Paolo II nella visita del 1984, senza nulla togliere all'attività quotidiana della Biblioteca «diretta alla promozione della conoscenza e della scienza ed alla tutela per patrimonio culturale nella sua più ampia accezione», è un'esigenza «della cultura umana quella di privilegiare maggiormente, al di là della conoscenza sensibile ed empirica, quella razionale e metafisica e quella della religione e dello spirito, cioè della fede».
Di conseguenza, prosegue il Pontefice, una cultura autenticamente umana – poiché la Biblioteca è aperta a tutti gli studiosi «senza distinzione di razza, ideologia o religione, purché siano cultori di una vera scienza, veramente al servizio dell'uomo» – guiderà a concepire adeguatamente e a costruire correttamente la società degli uomini: «Furono quelle scienze umane», quelle coltivate con spirito umanistico in Vaticana e altrove, «a costituire nel passato un denominatore comune culturale, che anche oggi ha la sua attualizzazione e continuazione nel servizio di quell'intesa e di quella collaborazione internazionale che è impegno e aspirazione di tutti i popoli. [...] È proprio infatti delle scienze umane stabilire la giusta gerarchia dei valori, ordinando l'universo dell'uomo e della natura a servire la pace. Ed è soprattutto in questo servizio di collaborazione culturale diretto al bene dell'uomo, all'intesa intellettuale, alla pace e alla ricerca della fede che si deve distinguere l'attività della Biblioteca Apostolica».
La frase conclusiva apre alle espressioni dell'altro intervento fondamentale, del 1999. Mi concentro sull'invito del Papa a individuare, nel servizio di chi opera nell'Archivio e nella Biblioteca, quello di evangelizzazione della cultura o, come egli ama specificare, di "nuova evangelizzazione della cultura". Infatti, spiega, «bisogna trovare il modo per far arrivare agli uomini e alle donne di cultura, ma forse prima ancora agli ambienti ed ai cenacoli dove la cultura attuale viene elaborata e tramandata, i valori che il Vangelo ci ha comunicato, insieme a quelli che scaturiscono da un vero umanesimo, gli uni e gli altri, in realtà, tra loro strettamente connessi. Se infatti il Vangelo ci insegna il primato assoluto di Dio e l'unica salvezza in Cristo Signore, questa è anche l'unica via per apprezzare, rispettare e veramente amare la creatura umana, fatta a immagine di Dio e chiamata ad essere inserita nel mistero del Figlio di Dio fatto uomo. Ora, i preziosi cimeli conservati, studiati e resi accessibili nella Biblioteca e nell'Archivio, costituiscono come la testimonianza vivente della costante proclamazione, da parte della Chiesa, dei valori evangelici, fautori del vero umanesimo. [...] Voi contribuite in maniera significativa a porre le condizioni perché gli uomini e le donne impegnati in ambito culturale possano trovare la strada che li conduce al loro Creatore e Salvatore, e così anche alla vera e piena realizzazione della loro specifica vocazione in questo tempo di passaggio tra il secondo ed il terzo millennio».
Si innestano fra loro e si connettono due aspetti: quello già più volte rilevato, secondo il quale tutto ciò che è umano rimanda e rilancia verso la Verità tutt'in¬tera, e l'aspetto specificamente rimarcato da Giovanni Paolo II di aiutare ogni uomo, ogni cultore della storia, a percorrere «la strada che li conduce al loro Creatore e Salvatore, e così anche alla vera e piena realizzazione della loro specifica vocazione». Il primo aspetto ci colloca in dialogo con tutti gli uomini di buona volontà, il secondo aspetto ci ricorda una grazia di missione che ci è stata affidata.
In termini di studi e di concezione biblioteconomica potremmo dire che Giovanni Paolo II ha voluto indicare e individuare quella che oggi si chiamerebbe una mission specifica della Vaticana e insieme il centro del suo interesse, cioè l'essere umano nella sua completezza. E non è certo cosa da poco, sullo sfondo del pensiero vasto e davvero ricco del suo predecessore (Paolo VI) e nella visione così profondamente pastorale del papa polacco. Sotto il pontificato di Giovanni Paolo II la Vaticana ha iniziato un profondo cambiamento in molti suoi caratteri più strettamente tecnici e appunto biblioteconomici: e ciò al passo con le nuove tecnologie sempre più presenti nella gestione dei libri e dei dati sui libri. Queste novità, che hanno permesso ampia e utilissima sperimentazione, avevano però anche bisogno di criteri di fondo: appunto di una missione specifica. Anche questo è compito proprio del bibliotecario: non solo offrire dati e servizi, ma darsi e dare alla propria istituzione un compito, obiettivi, valori profondi su cui operare scelte chiare, rispetto alla conduzione della biblioteca, sia per chi ne fruisce sia per le stesse autorità che la guidano.

4. Benedetto XVI (2005-)
Con papa Benedetto XVI arriviamo all'oggi. Di lui ho già richiamato i due interventi riguardanti la Biblioteca: il discorso rivolto alla Biblioteca Vaticana e all'Archivio segreto il 25 giugno 2007, alla vigilia dei lavori di ristrutturazione della Biblioteca, e il messaggio inviato al Cardinale Bibliotecario il 9 novembre 2010 in occasione del convegno di riapertura dello scorso novembre.
Nel 2007 egli ricordava che la Vaticana «non a caso porta il nome di "Apostolica" in quanto è un'Istituzione considerata sin dalla sua fondazione come la "Biblioteca del Papa", di Sua diretta appartenenza». Questa affermazione viene sviluppata nel messaggio del 2010: non si tratta di un semplice possesso, né di una particolare attenzione e cura riservata alla Biblioteca Vaticana; si tratta piuttosto di un'esigenza profonda, per motivo della quale «la Chiesa di Roma sin dai suoi inizi è legata ai libri; dapprima saranno stati quelli delle Sacre Scritture, poi quelli teologici e relativi alla disciplina e al governo della Chiesa. Infatti, se la Biblioteca Vaticana nasce nel XV secolo, nel cuore dell'Umanesimo, di cui è una splendida manifestazione, essa è l'espressione, la realizzazione istituzionale "moderna" di una realtà ben più antica, che ha sempre accompagnato il cammino della Chiesa. Tale consapevolezza storica – dichiara il Pontefice – mi induce a sottolineare come la Biblioteca Apostolica, al pari del vicino Archivio Segreto, faccia parte integrante degli strumenti necessari allo svolgimento del Ministero petrino e come essa sia radicata nelle esigenze del governo della Chiesa».
Tutto questo non va ovviamente inteso in un senso meramente pratico o utilitaristico, dal momento che è sempre utile avere a propria disposizione una biblioteca con tutta la sua strumentazione; piuttosto – cito ancora le espressioni di Benedetto XVI – «la Biblioteca Vaticana è un mezzo prezioso al quale il Vescovo di Roma non può e non intende rinunciare, per avere, nella considerazione dei problemi, quello sguardo capace di cogliere, in una prospettiva di lunga durata, le radici remote delle situazioni e le loro evoluzioni nel tempo». Ci viene così ricordato con forza e chiarezza quello che potremmo definire un "fondamento" decisivo. Ed è davvero bello che il magistero papale ci riporti sempre ai fondamenti del nostro lavoro e dei nostro studi.
Questa affermazione spiega anche l'attenzione e la cura che la Santa Sede ha dedicato alla Biblioteca Apostolica lungo i secoli e le dedica ancora oggi, con tutto quello che questo significa in disponibilità di persone e di spazi e in stanziamento adeguato di risorse.
Ma vi è un ulteriore motivo che giustifica una tale attenzione, ed è il fatto che la Biblioteca Vaticana «conserva, fin dalle sue origini, l'inconfondibile apertura, veramente "cattolica", universale, a tutto ciò che di bello, di buono, di nobile, di degno (cfr Fil 4,8) l'umanità ha prodotto nel corso dei secoli»; e, ricorda il Papa, «nulla di quanto è veramente umano è estraneo alla Chiesa, che per questo ha sempre cercato, raccolto, conservato, con una continuità che ha pochi paragoni, gli esiti migliori degli sforzi degli uomini di elevarsi al di sopra della pura materialità verso la ricerca, consapevole o inconsapevole, della Verità».
Già da Paolo VI abbiamo ascoltato ampie riflessioni su questo aspetto fondamentale, e Benedetto XVI riprende quelle considerazioni nel suo messaggio del 2010. Prosegue, infatti, osservando che «tale apertura all'umano non è rivolta solo al passato ma guarda anche al presente. Nella Biblioteca Vaticana tutti i ricercatori della verità sono sempre stati accolti con attenzione e riguardo, senza alcuna discriminazione confessionale o ideologica; ad essi è richiesta solo la buona fede di una ricerca seria, disinteressata e qualificata». Nel 2007 similmente aveva affermato: «Nel corso dei secoli la Biblioteca Vaticana ha assimilato e affinato questa sua missione con una caratterizzazione inconfondibile, sino ad essere oggi un'accogliente casa di scienza, di cultura e di umanità, che apre le porte a studiosi provenienti da ogni parte del mondo, senza distinzione di provenienza, religione e cultura».
Ma qui si innesta l'apporto peculiare di Benedetto XVI, sempre nella scia di Paolo VI. Nel 2007 infatti continuava: «Vostro compito, cari amici che quotidianamente qui operate, è di custodire la sintesi tra cultura e fede che traspira dai preziosi documenti e dai tesori che custodite, dalle mura che vi circondano, dai Musei che vi sono vicini e dalla splendida Basilica che appare luminosa alle vostre finestre...». Nel 2010 completava e approfondiva questo richiamo a far sintesi fra cultura e fede: «In questa ricerca la Chiesa e i miei Predecessori hanno sempre voluto riconoscere e valorizzare un movente, spesso inconsapevole, religioso, perché ogni parziale verità partecipa della Somma Verità di Dio e ogni indagine approfondita, rigorosa, per accertarla è un sentiero per raggiungerla. L'amore delle lettere, la ricerca storica e filologica, si intrecciano così al desiderio di Dio. [...] La Biblioteca Vaticana è dunque il luogo in cui le più alte parole umane vengono raccolte e conservate, specchio e riflesso della Parola, del Verbo che illumina ogni uomo (Gv 1,9)». E ne concludeva, richiamando ancora una volta le parole di Paolo VI, ricordando «le "virtù ascetiche" che l'attività nella Biblioteca Vaticana impegna ed esige, immersa nella pluralità delle lingue, delle scritture e delle parole, ma guardando sempre alla Parola, attraverso il provvisorio cercando continuamente il definitivo».

5. Conclusione
Dagli interventi dei pontefici precedenti – sia permessa qui una sintesi – sono emersa alcuni punti chiave. Anzitutto, in Paolo VI, la viva attenzione a cogliere la fisionomia del ricercatore e l'ascesi esigente del lavorare in Biblioteca, e la penetrante percezione della "sacralità laica" degli «studi d'ogni epifania di verità» e il conseguente misterioso legame alla Verità somma, che trasforma la ricerca in un implicito "inno a Dio". Poi, in Giovanni Paolo II, il porre al centro l'uomo: l'uomo che ha redatto il documento e l'uomo al cui servizio deve muoversi la ricerca per essere autentica, l'uomo e la sua ricerca che trovano il loro senso ultimo nella Verità del Creatore e Redentore, come già suggeriva Paolo VI, e il conseguente invito ad aiutare ogni ricercatore a raggiungere questo ultimo traguardo. In Benedetto XVI, infine, troviamo confermate le considerazioni dei suoi predecessori, in particolare di Paolo VI: in papa Ratzinger il tema della sintesi fra cultura e fede si innesta in una riflessione più ampia, quella del rapporto tra fede e ragione; inoltre in lui è precipuo il motivo della cura della Biblioteca da parte della Sede Apostolica, sia per poter avere un approfondito sguardo storico sulle differenti situazioni sia, e soprattutto, perché – come appunto indicato – una biblioteca è fondamentale come luogo di dialogo tra ragione e fede.
Abbiamo così ricercato l'identità e la missione della Biblioteca Apostolica Vaticana, e molto di ciò che abbiamo raccolto potrà valere per ogni biblioteca degna di questo nome, fatte salve le specificità di ciascuna e rispettate le relative proporzioni. L'augurio per l'anno della Scuola di Biblioteconomia che inizia è di poter acquisire numerose ulteriori conoscenze che confermino, precisino, arricchiscano quanto da questi autorevoli interventi abbiamo potuto raccogliere.

Mons. Cesare Pasini
Direttore della Scuola di Biblioteconomia
Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana

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