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Inaugurazione della Scuola di Biblioteconomia 2008/2009
Saluto del Direttore


Utilità e inutilità dei libri e delle biblioteche


Inaugurare il nuovo anno 2008–2009 della Scuola di Biblioteconomia della Biblioteca Apostolica Vaticana sottintende un giudizio di valore, di apprezzamento, nei confronti delle biblioteche: le si ritiene cioè utili, e si vogliono quindi acquisire competenze specifiche per operarvi a servizio di chi intende usufruire dei libri che vi si conservano. Infatti l'utilità delle biblioteche sottintende l'utilità dei libri e l'interesse delle persone nei loro confronti.
Non è detto che tutti condividano con passione questo giudizio di valore e di apprezzamento che vado esprimendo: sia nei confronti dei libri sia delle biblioteche. Ci può essere anche chi non ne ha mai a che fare – né con i libri né men che meno con le biblioteche –, senza pensare di recare alcun danno alla propria vita e alla propria crescita, anzi! O chi più raffinatamente si domandi se servano i libri (e le biblioteche) per crescere, fino a che punto e in che senso aiutino a vivere, o se non sia altro ciò che fa veramente acquisire senso e dignità alla vita umana. Pensando a queste domande, si permetta quindi di porre nel titolo, con tutta la paradossalità che si vuole, l'alternativa fra utilità e inutilità dei libri e delle biblioteche.
Comprendo che un simile esordio può essere persino irriverente non solo verso gli alunni di una Scuola di Biblioteconomia, che sui libri e sulle biblioteche stanno se non altro giocando una porzione non da poco del loro tempo, ma soprattutto verso quegli studiosi che si sono attivati in mille modi per scongiurare la chiusura della Biblioteca Vaticana, chiedendo almeno di abbreviarne il più possibile i tempi in cui non sarebbe stata accessibile.
Vorrei tuttavia lasciar nascere anche domande provocatorie e impertinenti, se non altro perché incrementano la nostra riflessione e magari possono condurre a dare un'ulteriore motivazione a ciò di cui si è già convinti. In ogni caso vorrei tenere il più ampio possibile il quadro, subito assicurando che non mi soffermo su tematiche, per altro lecite ma certo parziali e alla fin fine più tecniche che altro, quali il ruolo dell'informatica nella trasmissione dei testi e la eventuale sostituzione o integrazione dei libri tradizionali con edizioni e strumentazioni oggi possibili con i nuovi supporti informatici.
Comincio dall'utilità o inutilità delle biblioteche, quindi dal senso delle biblioteche, dando inizialmente per scontata l'utilità dei libri che in esse si conservano; in un secondo momento affronterò la domanda fondamentale sull'utilità e inutilità dei libri in quanto tali.


Le biblioteche
Le biblioteche conservano i libri per l'uso di gruppi di persone che ne hanno bisogno. Così le biblioteche di università vogliono dare un supporto agli studenti e ai loro insegnanti; le biblioteche di certe istituzioni o comunità (in particolare degli istituti religiosi) intendono poi anche conservare documenti e testimonianze legate alla vita di quella comunità. E in modo analogo si possono pure pensare le biblioteche nazionali o cittadine o rionali, che cercano di servire a comunità meno caratterizzate ma ugualmente distinguibili in un territorio più o meno ampio. C'è quindi un rapporto fra ogni biblioteca e i suoi utenti.
Per precisare meglio questo rapporto utilizzo un suggerimento che viene dalla Biblioteca Vaticana e un altro che raccolgo dall'Ambrosiana (anche se poi si tratta di due aspetti ugualmente presenti nell'una e nell'altra di queste biblioteche, come in tutte le biblioteche che ne portino legittimamente il nome).
Dal primo articolo dello Statuto della Vaticana ricavo che essa fu costituita da papa Niccolò V «pro communi doctorum virorum commodo» (Breve del 30 aprile 1451) e che fu ulteriormente allestita e organizzata da papa Sisto IV «ad... litterarum studiis insistentium virorum commodum et honorem» (Breve del 15 giugno 1475), cioè – per rendere insieme l'una e l'altra espressione – per l'utilità e l'interesse comune degli uomini di scienza. Esplicitando questo invito, possiamo affermare che una biblioteca deve rendersi utile ai suoi frequentatori custodendo e incrementando le collezioni dei materiali librari in essa conservati e offrendo altresì un servizio il più possibile ben organizzato e ben articolato: un buon catalogo, un'agile distribuzione dei volumi, una sala di lettura raccolta e luminosa, un'adeguata attività di reference, svolta con cortesia e competenza, e così via. Si cerca cioè di aiutare e di "servire" lo studente o lo studioso secondo tutte quelle modalità che possano rendere più proficua la sua ricerca.
Dalle origini dell'Ambrosiana raccolgo invece l'altro elemento, e cioè il fatto che una biblioteca evidenzia la caratteristica di collaborazione e di condivisione che caratterizza la ricerca e lo studio. Non si dà infatti valida ricerca senza la messa in comune di competenze e di specializzazioni: non si può infatti sapere tutto. In altri termini è necessario confrontare e unire i risultati, e pure avvalersi della competenza altrui su campi e ambiti nei quali non si abbia specifica preparazione. Secondo questa prospettiva Federico Borromeo all'inizio del Seicento fondò l'Ambrosiana proprio costituendo un Collegio di Dottori (in Vaticana ci sono gli Scrittori, ma lo scopo è analogo), perché studiassero e ricercassero ciascuno secondo la propria specializzazione ma unendo i risultati, come in un lavoro di équipe, non solo tra di loro ma con altri studiosi e ricercatori di svariata provenienza. Ovvio che fosse necessaria una biblioteca per questo, ma ugualmente conseguente che la biblioteca raccoglieva "insieme" i volumi per facilitare un lavoro pure esso compiuto "insieme". Le sale della biblioteca, in particolare l'originaria Sala di Lettura dell'Ambrosiana, erano poi arricchite da numerosi ritratti di uomini di cultura, di artisti, di governanti, di personaggi ecclesiali e di santi di tutti i tempi: la comunione di ricerca con i contemporanei si allarga quindi nella comunione in spirito con i grandi del passato, di cui i libri parlano o che hanno essi stessi scritto quei libri.
La biblioteca quindi, anche quando non organizza una ricerca comune e sembra paga di distribuire i volumi ai singoli utenti in modo apparentemente individuale, con la sua sala di lettura dove ci si può fermare a leggere gomito a gomito, con il suo legame a un dato ambiente o a un'istituzione scolastica o religiosa, con la sua indubbia caratteristica sociale, richiama in ogni caso che leggere, capire, studiare e ricercare, conoscere la realtà e accostarsi alla verità, non sono un affare individuale ma si muovono in un contesto di collaborazione e di condivisione, di confronto e di verifica, di comune raccolta dei frutti e delle fatiche: comunque e sempre un intreccio di più voci. La biblioteca dice "socialità".
Essa è quindi utile sia per il servizio che fornisce sia per il suo richiamo specifico alla ricerca comune.


I libri
Ma qui possiamo finalmente passare alla domanda che sta alla base della nostra riflessione sulle biblioteche. Il libro, di cui le biblioteche si compongono, è a sua volta "utile"? Altrimenti perché raccoglierlo nelle biblioteche e darsi da fare a utilizzarlo in un lavoro a più soggetti? Chi scrive i libri e ci permette di leggerli, ci offre un servizio "utile": utile alla vita, alla crescita? Come si rapporta il nostro vivere, il nostro crescere alla lettura dei libri? Anticipo subito che tocchiamo solo un aspetto delle molte questioni sottese a questa domanda, considerando il libro come aiuto alla conoscenza della realtà e come invito alla ricerca della verità: elementi fondamentali per "crescere" nella vita, per "vivere".
Per affrontare questa ulteriore – fondamentale – domanda, mi rivolgo a un poeta del IV secolo, Efrem il Siro (306 ca.–373): teologo cristiano che si esprime in una riflessione semplice, spesso comunicata attraverso a immagini fresche e immediate. L'antichità cristiana (e classica) conosce il mondo latino e quello greco, e siamo stati invitati tante volte a non dimenticare il "polmone" greco–bizantino accanto a quello latino occidentale: due "polmoni", quindi, per esprimere un'unica tradizione culturale. Esiste tuttavia anche un terzo ambito (non possiamo dire un terzo "polmone"!), quello siriaco, estremamente vivo e originale, che completa gli altri due e che ha sviluppato una forma genuinamente asiatica di cristianesimo e ha dato origine a una preziosa tradizione, asiatico–semitica, giunta fino a noi nelle comunità cristiane sire diffuse tutt'oggi nel Vicino e Medio Oriente (in Siria, in Turchia, in Iraq) e nella diaspora europea e americana.
Il teologo poeta Efrem il Siro è convinto che noi capiamo e conosciamo – e quindi cresciamo nella vita! – grazie a due libri che ci si squadernano dinnanzi: il libro della Natura e il libro delle Scritture. Ce lo spiega in alcune strofe del suo quinto Inno sul Paradiso:

Tanto la Natura quanto il Libro possono rendere testimonianza al Creatore: la Natura mediante il suo uso e il Libro mediante la sua lettura. Essi sono testimoni che giungono in ogni luogo, si trovano in ogni tempo, sono presenti in ogni ora (str. 2: EFREM IL SIRO, Inni sul Paradiso. Introduzione, traduzione e note di I. DE FRANCESCO, Milano 2006, p. 181).
Vuol dire che, se voglio capire, devo guardare, indagare anzitutto il libro della Natura, che mi si squaderna dinnanzi ovunque e sempre; devo anche farne uso (rispettosamente) e così scoprirne le potenzialità. Giungerò allora a capire molte cose: in ultima analisi arriverò a cogliere il Creatore, di cui la Natura è opera e frutto. Quindi la Natura rende testimonianza al Creatore. Lo stesso lavoro fa il Libro: Efrem pensa al libro delle Scritture, alla Bibbia, ma noi non facciamo un'applicazione indebita se pensiamo, in collegamento, anche a ogni libro che abbia qualcosa da dirci: appunto il Libro ci farà conoscere e riflettere, pensare, intuire, agganciare elementi e provocare domande e suggerire risposte. Ci accosterà quindi alla realtà, ci provocherà a sondarla nella direzione della verità. Anche qui, in ultima analisi, ci condurrà a intuire e a scoprire il Creatore. Se poi il Libro è quello delle Scritture Sacre, della Bibbia, il percorso è ancor più specifico e illuminante in quella direzione.
Nelle strofe seguenti Efrem descrive come si apre e si legge un libro: precisamente come si aprono le prime pagine della Bibbia, cioè la Genesi con il racconto della creazione e la descrizione del paradiso terrestre. Ma anche qui Efrem insegna qualcosa che vale per tutti i libri che si rispettino e per tutti i lettori che rispettano i libri. In queste strofe troviamo anche le immagini vive e simpatiche che solo un poeta sa suggerire. Infatti tutto si anima, anche le linee della scrittura che si aprono verso di me lettore in un gentile abbraccio, anche i versetti che si passano il testimone del racconto l'uno all'altro.
Presi a leggere l'inizio di quel Libro e trasalii di gioia: i suoi versi e le sue linee stavano a braccia aperte, e il primo, venutomi incontro desideroso, mi baciò protendendomi verso il suo compagno. Quando poi giunsi alla linea nella quale è descritta la storia del paradiso, essa mi prese e mi lanciò dal grembo di quel Libro al grembo del paradiso (str. 3: ivi, pp. 181–182).
Vuol dire che il libro mi porta dentro nel suo contenuto: non mi lascia spettatore, mi coinvolge. A un certo punto non ho più davanti il libro, ma sono entrato nel suo messaggio. Come?
Mediante le linee, come per un ponte, occhio e spirito sono passati entrando insieme nel racconto del paradiso. L'occhio fece passare lo spirito mediante la lettura, e lo spirito, a sua volta, ha fatto riposare l'occhio dalla lettura: una volta letto il Libro ci fu riposo per l'occhio e lavoro per lo spirito" (str. 4: ivi, pp. 182–183).
L'occhio scorre le parole fermandosi come alla porta, lo spirito (il mio spirito di lettore) varca la porta, e io entro nella narrazione del testo. Se poi il testo mi parla del paradiso, leggendo entro in paradiso!
In quel Libro ho trovato sia il ponte sia la porta del paradiso, e passando vi entrai. L'occhio rimase fuori e il mio spirito entrò dentro. Presi a girovagare in esso senza Libro. Quella cima è limpida, tersa, magnificente e bella. Il Libro la chiama Eden perché è la cima di tutti i beni (str. 5: ivi, p. 183).
Quando l'occhio ha svolto il suo compito, lascia quindi il posto allo spirito, il quale ormai è entrato nel paradiso (che è il contenuto del libro). Il libro non mi serve più, è diventato inutile. Era utile, insieme al libro della natura, ma ora è inutile perché ha svolto il suo compito.
Si potrebbe aggiungere un terzo "libro", che Efrem descrive altrove, e cioè il libro della storia. Pure questo libro insegna, anzi sa fare giungere il suo insegnamento persino a quanti non hanno voglia di leggere i libri scritti, in particolare le Scritture Sante con i loro ammaestramenti e le richieste di conversione che – ricordiamolo – sono lì a disposizione di tutti. Per questo – ricorda Efrem nel terzo Inno su Nisibi – ai cittadini di Nisibi in quegli anni (precisamente nel 338, nel 346 e nel 350) erano stati mandati tre assedi compiuti dai Persiani: tre duri "libri" come avvertimenti da non dimenticare, grazie ai quali riflettere sulla realtà e comprendere la verità della vita.
Le angustie da te subite siano come libri per le tue memorie! I tre assedi infatti possano divenire per te libri, affinché tu possa meditare ogni momento le loro storie. Poiché tu hai disprezzato di leggere nei due Testamenti la tua salvezza, proprio per questo Egli scrisse per te tre duri libri, affinché tu leggessi in essi le tue punizioni [str. 11: E. VERGANI, Giustizia e grazia di Dio per la città assediata. Le raffigurazioni del nemico negli Inni su Nisibi (1–12) di Efrem il Siro, in I nemici della cristianità. A cura di G. RUGGIERI, Bologna 1997 (Testi e ricerche di scienze religiose, n.s., 19), pp. 21–58: 27–28].
In altri termini, se non si leggono adeguatamente i libri, in particolare il libro delle Scritture, poi si dovrà leggere, magari penosamente, il libro della storia. Ma si può vedere anche questo approccio in senso positivo: attraverso la storia, attraverso le esperienze della vita, mi accosto alla realtà e ancora una volta sono chiamato a inoltrarmi nella ricerca della verità; per non dire che la storia mi reca – attraverso la sua tradizione – il succo delle conoscenze antiche affidate allo spirito dei popoli, delle culture, delle religioni.
Grazie a Efrem il Siro abbiamo quindi intuito che esistono sia i libri veri e propri sia altri libri di conoscenza, quello della natura e quello della storia. Vuol dire allora che tutti insieme, in collaborazione, mi fanno crescere, e sarei certamente più povero se dal novero di questi tipi di libro ne escludessi l'uno o l'altro. In un certo senso il libro scritto ha un ruolo prevalente: è il libro vero e proprio a recarmi, spesso, anche le conoscenze del libro della natura e del libro della storia; ma in un altro senso debbo ricordare che se non contemplo direttamente la natura e non ascolto onestamente la storia antica e la mia attuale esperienza di vita, lo stare chino sui libri potrebbe rattrappirmi nelle molte conoscenze (pure nozioni e nient'altro) e non favorirmi lo sviluppo della crescita.
In ogni caso ogni libro mi è utile strumento, ma non il vertice. Quando ha parlato al mio spirito, sarà poi il mio pensiero a procedere "senza libro" con un compito che gli è proprio e che valuta e riflette e discerne e accoglie: solo allora quella Verità è diventata mia, è penetrata in me e io in lei. Crescere, mi pare, corrisponde a questo processo complesso e completo, che non trascura nessuno di questi elementi.


Il libro della vita
C'è un ultimo passo avanti – o meglio verso l'Alto – da considerare. È ancora Efrem a suggerirlo nel suo primo Inno sulla perla: per lui la perla è Cristo, il Verbo incarnato, il suo Regno, la fede, la Parola di Dio, l'Eucarestia. A questo punto quindi la riflessione è squisitamente cristiana, ma vale la pena di affrontarla per concludere senza aver trascurato nulla.

Come la manna da sola saziò il popolo con i suoi sapori al posto dei sapori del cibo, così la perla saziò anche me, al posto dei libri, della loro lettura e della loro interpretazione (str. 8: EFREM IL SIRO, Il dono della perla. Inni sulla perla. Introduzione, traduzione dal siriaco e note a cura di E. VERGANI, Bose 2005, pp. 20–21).
Come a dire che Cristo si sostituisce ai libri: basta lui, visto che lui è tutto, è la Parola nella sua pienezza e completezza.
Viene in mente quell'episodio di cui è fatto protagonista ad Alessandria d'Egitto abba Serapione, sempre nel IV secolo. Vedendo un povero intirizzito dal freddo, gli diede la sua tunica rimanendo totalmente spogliato. A chi lo vide in quel modo con in mano il suo piccolo vangelo, rispose: «Ecco chi mi ha spogliato». Vedendo poi un poveraccio condotto in prigione per un debito, vendette anche il vangelo per riscattarlo. E anche qui, alla domanda dove fosse mai il suo piccolo vangelo, rispose: «L'ho venduto e dato via per aver più fiducia in lui» (N 566: I PADRI DEL DESERTO, Detti editi e inediti. Introduzione, scelta e traduzione dalle lingue originali a cura di S. CHIALÀ e L. CREMASCHI, Bose 2002, pp. 38–39).
Nella trama abituale della vita queste narrazioni devono continuamente indicare la direzione, insegnare anche un distacco da tutto a favore di Cristo, ma senza far cadere in radicalismi estremi: chi per principio buttasse i libri e si estraniasse dalla natura in cui vive e chiudesse gli occhi sulla storia e sulle vicende di questo mondo, rischierebbe semplicemente di smarrire la via che conduce a Cristo stesso, perché "ora" si giunge a lui per queste strade.
Però è vero che nel momento escatologico il libro delle parole e della natura e della storia dovrà lasciare il posto a Colui che riassume tutte le parole e tutti i pensieri e tutta la Verità, senza più bisogno di alcuna mediazione, quando Dio sarà tutto in tutti (cfr 1Cor 15,28), e si chiuderanno per sempre le biblioteche e si lasceranno definitivamente i libri.
Curiosamente però in quel momento si apre ancora un libro: il libro della vita (cfr Ap 5,1–5; 20,12). Quando il libro dell'Apocalisse ce ne parla, si richiama agli antichi registri che recensivano i nomi di quanti avevano ricevuto l'onore della cittadinanza romana: li recensivano fino alla loro morte, poi i nomi venivano cancellati. Il libro della vita invece recensisce i nomi di quanti hanno vinto e superato la morte e sono per sempre stabili in questa nuova comunità: infatti non saranno cancellati mai dal libro della vita.
Arrivati in fondo pensavamo di fare a meno del libro: ci troviamo beatamente stabiliti per sempre proprio in un libro che non si deteriora; pensavamo che non sarebbero più state necessarie le biblioteche per coordinare la ricerca comune della Verità: troviamo però tutti insieme accomunati non nelle scaffalature di un magazzino ma nelle pagine stesse dell'unico Libro della Vita.


Mons. Cesare Pasini
Direttore della Scuola di Biblioteconomia
Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana

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